Era il 2012 quando ho fatto una delle mie prime esperienze lavorative all’estero. Mi trovavo in Camerun, in un villaggio sulle montagne vicino a Nkambe. Internet c’era in un solo edificio della zona, non c’erano gli smartphone e per vedere la TV andavo, accompagnato da un collega locale, da un barbiere che era obbligato a chiudere tardissimo visto che lo spazio era usato principalmente come cinema. Il barbiere/cinema trasmetteva quasi sempre partite di calcio. Nonostante alcuni membri del pubblico della zona mi dissero di non avere mai visto un bianco prima di me, legammo molto rapidamente perché affermai di essere italiano o, come dissero loro, “italiano come Mario Balotelli”.
La gigantografia di Mario era presente sul muro di quel piccolo esercizio commerciale nella sua iconica esultanza contro la Germania, avvenuta pochissimi mesi prima, ravvivando l’interesse per una Nazionale Italiana che aveva da poco perso i suoi nomi più importanti, quelli che avevano rappresentato la generazione d’oro. Balotelli era forse il calciatore più famoso e apprezzato in Camerun, secondo solo all’idolo locale Samuel Eto’o. Da quel momento in poi, ho sempre fatto caso all’interesse che il resto del mondo prestava e continua a prestare a Mario Balotelli.
«Mi sono reso conto dell’impatto che ho sulla gente a livello internazionale solo negli ultimi anni. Io sono molto riservato, sto in famiglia, non mi espongo molto al mondo esterno, alle persone che non conosco da tempo. Quindi no, non me ne ero mai reso conto. Certo, sapevo di essere conosciuto, ma non pensavo così. Ciò mi fa pensare anche che io e la mia famiglia qualcosa di buono l’abbiamo fatto».

Essere famosi non vuol dire essere ben accolti ovunque, eppure c’è un gap enorme nella percezione della figura di Mario Balotelli tra l’Italia e l’estero. «Sì, non posso negarlo né girarci intorno: mi sono sempre sentito più celebrato e amato all’estero piuttosto che in Italia. Negli anni l’ho capito. Ti faccio un esempio: in Inghilterra potevi essere criticato, anzi, lo eri, però i tifosi ti volevano veramente bene indipendentemente da tutto. Non dico che non succedesse anche in Italia, penso che anche i tifosi dell’Inter mi abbiano voluto bene». Eccome se gli hanno voluto bene.
Se solo le grida di chi gli ha voluto bene fossero state forti come quelle di chi lo ha insultato. «Poi ci sono state situazioni diverse, con l’Inter fu una cosa a parte. Mi capitava spesso a Manchester di interfacciarmi con tifosi dello United che mi volevano bene perché giocavo in Inghilterra, perché nel tempo libero andavo anche io al pub, magari mi bevevo una birra. Facevo cose normali! Avevano rispetto per me. Poi allo stadio mi fischiavano perché era giusto così, d’altronde era il derby e io ero un avversario, ma a partita finita terminava anche il loro odio. Mi ricordo benissimo di una volta: fu dopo la vittoria sullo United per 6-1. Io vivevo abbastanza vicino a Old Trafford e, pensa, andai a casa a piedi, passando in mezzo a tutti i tifosi. Una cosa che oggi non potresti mai pensare di fare, specialmente in Italia. Non ne faccio una differenza culturale. Io in Italia ho avuto tantissimi supporter, ma ho molti più critici. All’estero per me è molto diverso».
Di Mario Balotelli si è detto tanto, forse troppo. Lo si è sempre dipinto come un egoista ma è l’unica cosa che non sembra essere. I compagni di squadra non lo hanno mai considerato tale, non ci sono storie a riguardo. Anzi, Mario Balotelli arriva sul set della copertina di Outpump da solo, senza assistenti, manager o sicurezza. Si muove agilmente tra tutte le parti della città di Genova e non ha bisogno di trattamenti da VIP. Una volta parcheggiato la sua Lamborghini, non può non essere visto da vari lavoratori genovesi che lo raggiungono e, in diversi modi (alcuni dei quali nemmeno molto educati) gli chiedono foto e autografi. Lui non si nega a nessuno, con una gentilezza rara. Scambia con tutti due parole, un sorriso. Non è difficile capire come questa sia la stessa persona che tornava da Old Trafford a piedi dopo un derby.



Si potrebbe quasi dire che Mario Balotelli sia stato per molti un agnello sacrificale mediatico. «Io sono stato un capro espiatorio, ma non credo di esserlo stato per i media, bensì per altre persone che, al contrario, li utilizzavano a loro piacimento per non sporcarsi le mani. Non erano direttamente i giornalisti, questi ascoltavano solo quello che dicevano altre persone provenienti dal mondo del calcio che, in determinate situazioni, non erano in grado di prendersi le loro responsabilità. Il problema dei giornalisti è che credevano a tutto quello che sentivano dire su di me. Quando manca la notizia, è facile creare un titolo che faccia scalpore. Perché se parli male di me avendo le prove dei miei errori, allora lo accetto, anche perché anch’io ne ho fatti di sbagli nella mia vita. D’altronde sono un personaggio pubblico, è il peso di essere in questa posizione. Poi per me non è nemmeno così giusto, ma diciamo che lo capisco. Purtroppo è successo spesso, specie nella prima parte della mia carriera su temi che sono stati portati avanti per diversi anni. Cose mai legate al campo. Tutte cazzate».
Criticare Mario Balotelli è particolarmente facile se pensiamo che la sua vita è sempre stata sotto i riflettori. Non in un momento specifico della carriera, come tanti, ma sempre, senza sosta, indipendentemente dai risultati del campo. Paragonarlo ad altri sportivi non rende giustizia. Forse Allen Iverson? Ma nella parte finale della sua carriera AI non ha mai acceso i dibattiti nei bar.
Sarebbe difficile anche paragonarlo a un artista, a un rapper, il genere che lo cita più di ogni altro e che lo ha innalzato a simbolo. Dire Kendrick Lamar sarebbe sbagliato perché non ha mai avuto la stessa attenzione nazionalpopolare, nemmeno Drake perché è esploso troppo tardi. Forse Snoop Dogg? Effettivamente è l’unico rilevante anche per chi non segue il rap fin dalla giovanissima età e non ha mai dovuto fingersi un altro per rimanere famoso, indipendentemente dal successo dei suoi dischi.
Semplicemente non esiste uno sportivo come Mario Balotelli. Se anche proviamo a concepire un calciatore in grado di avere un tale impatto sulla cultura popolare mondiale, non potremmo mai trovare nessuno come lui, perché ha raggiunto tutti, indipendentemente dalle latitudini, dall’interesse per il calcio, dal contesto sociale. In un modo o nell’altro, di Mario Balotelli si parla sempre senza realmente sapere nulla. Mario è stato chiamato fenomeno, talento, eroe, delusione, icona, leader, ma anche incompiuto, testa calda e chissà quanto altro.



Mario Balotelli è unico perché tutti, in un modo o nell’altro, ne sono affascinati. Lui, però, non sembra affascinato da nulla: non gli interessa lo star system, non gli interessa apparire, non gli interessa essere famoso, non gli interessa essere diverso, e forse è proprio per questo che piace a così tanta gente, perché ha quel modo di fare libero dai giudizi, dalle ansie e dal pensiero che tanti di noi sognano di avere.
«Non solo lo star system non mi affascina, ma non mi ha proprio mai interessato. Sarà forse che io stesso avevo già tantissima attenzione mediatica fuori dal campo, pur senza volerla, e quindi ero consapevole che frequentare persone famose avrebbe solo peggiorato la situazione. Più di qualsiasi altra cosa, però, è che mi sono sempre trovato bene con la mia piccola cerchia di amici, quella stessa piccola cerchia di persone che ho sempre avuto e che ho ancora. Per carità, cene con dei compagni di squadra o con dei cantanti le ho fatte, però tendenzialmente cerco di rimanere con le persone che sento da sempre vicine. Sono così da quando ero piccolo e non sono mai cambiato».
Anche il suo impatto fashion è più unico che raro perché, come vale anche per le critiche e il discorso sul distanziamento dallo star system, Balotelli se n’è sempre fregato delle mode. Oggi che i calciatori cercano di avere un’immagine più curata e modaiola, spesso e volentieri sono schiavi o dei trend o di stylist che semplicemente li vestono con quello che ci si aspetta di vedere su persone ricche e famose. Su Balotelli non troviamo i pezzi di archivio di Chrome Hearts per i quali rapper e atleti fanno praticamente a pugni, non troviamo i capi degli ultimi fashion show parigini, ma al contrario riconosciamo solo quello che gli piace: lunghe t-shirt, comodi pantaloni della tuta e sneakers dei brand più disparati, in barba alle uscite più hype del momento. Anche questo è una dimostrazione di quanto il suo giudizio non sia mai alterato dalle parole degli altri o dalle aspettative.
@outpump Abbiamo mostrato a Mario Balotelli alcuni dei suoi outfit più iconici dei primi 2000. @MB459 #mariobalotelli #balotelli #calcio #seriea #streetstyle #outfit #outfitinspo #ootd #moda #fashiontiktok #outpump #perte ♬ BALOTELLI – Simba La Rue
Aspettative è una parola particolarmente rilevante se associata a Mario Balotelli, perché molti parlano di quello che ha fatto in relazione a quello che sarebbe potuto essere, in un gioco di condizionali che spesso non prendono in considerazione molti fattori: «Il massimo del mio potenziale sicuramente no, non l’ho mai raggiunto. Parliamo di una cosa che ho ragionato e pensato per lungo tempo, specie di recente, ma ti dico sinceramente di no. Ci sono stati dei momenti in cui avrei potuto fare di più. Non dico chissà che cosa, ma quantomeno dal punto di vista della continuità. Non mi travisare: sono orgoglioso di quello che ho fatto nel calcio, e quando mi ritirerò sarò felicissimo della mia carriera. Me lo sono chiesto: potevo fare di più? Certo. Ho fatto abbastanza? Anche. Mi sono tolto delle belle soddisfazioni però».
Mario è stato anche un ambasciatore dell’Italia all’estero, proprio come oggi lo sono i sopracitati artisti musicali: se ieri abbiamo avuto Balotelli, oggi abbiamo calciatori come Moise Kean, atleti come Marcell Jacobs e artisti come Ghali e Baby Gang a portare l’Italia oltre i confini in mondi (la musica urban e l’atletica) che non avevano mai spopolato all’estero. Eppure, rimangono ricchi di dita puntate, pronti a criticare alla minima iniziativa. Mario Balotelli e questi altri nomi hanno un elemento comune, ma Mario ci tiene a fare un discorso più ampio:
«Penso davvero che tantissime critiche che ho ricevuto non siano state giuste. Ne ho avute anche alcune di sacrosante, specie calcisticamente, che mi hanno aiutato a crescere, come dovrebbe fare un uomo adulto. Non penso però che le critiche che ho ricevuto siano state a sfondo razziale, quelli erano gli insulti».
Sono rimasto molto stupito da questa sua risposta. Una parte di me si aspettava di sentirlo comprensibilmente criticare una (mancanza di) cultura che dopo di lui ha colpito tanti calciatori. E invece Balotelli non ha criticato, non ha fatto polemiche, non ha alimentato odio. Come spesso è successo in passato, ha provato a spiegare, lasciando ognuno per la sua strada.
«Il discorso degli attacchi su base razziale riguarda la cultura dell’Italia intera più che quella calcistica. In Italia ci sono ancora paesini in cui la gente non è per niente abituata a vedere persone nere e ad accoglierle. Non ne faccio una colpa. Bisogna avere la pazienza di spiegare a certa gente cosa vuol dire accoglienza e comprensione, specie a un popolo come quello italiano che non è sempre abituato a farlo. Non bisogna negare che molti si siano impegnati a cambiare, anche se la situazione non è ancora perfetta. Questo per dire che alcune dinamiche le comprendo. Ovviamente non dico di accettare determinati insulti, ci mancherebbe, ma secondo me certe persone sono così ignoranti che se parli a loro di razzismo, non sanno nemmeno che cosa sia. Pare un cane che si morde la coda».
Forse è anche per questo che non si associa un luogo a Mario Balotelli. Se Francesco Totti è sinonimo di Roma, Del Piero di Torino, Kobe Bryant di Los Angeles e via dicendo, Mario è, per sua natura, per il modo in cui è cresciuto e per la gente che rappresenta, figlio del mondo, icona globale, come testimoniano quelle gigantografie dal barbiere di Nkambe. «Ti dico, mi sono trovato bene ovunque. Per un calciatore “trovarsi bene” non vuol dire solo vivere in un bel posto, ma significa stare in un gruppo buono, con gente che ti capisce, che parla la tua lingua calcistica. Io di gruppi in cui mi sono sentito bene e in pace ne ho avuti tanti: mi viene da dire subito il primo anno in Turchia. Il primo anno al Milan è stato così, anche gli anni all’Inter. Fortunatamente sono poche le esperienze che sono andate male».

Quando Mario Balotelli debuttò in Nazionale nel 2008 non era raro sentire dire che gli italiani avrebbero dovuto abituarsi a vedere giocatori neri in maglia Azzurra. Ora sono passati 17 anni, i ragazzi di seconda generazione sono sempre di più e in certe scuole italiane rappresentano anche una maggioranza, ma sembra che non sia cambiato nulla: atleti e musicisti di origini straniere sono sempre più criticati di altri. Mario Balotelli però riesce a distaccarsi da tutto questo e a focalizzarsi solo sulle opinioni di chi ritiene davvero importante, tanto nel male quanto nel bene. Questo continuo estraniarsi dalle opinioni degli altri gli permette sì di avere uno scudo dalle critiche ma anche di allontanarsi dagli elogi di chi lo stima, riportandoci alle prime righe di questa intervista.
Da qui, la domanda è spontanea: chi è importante per Mario Balotelli? La quantità di volte in cui Balotelli usa il termine “famiglia” ci aiuta a trovare una facile risposta a questa domanda. Mentre è sul set, Mario guarda qualche video sul telefono, ma soprattutto chiama la figlia. Quando è con lei in videochiamata, il suo volto si illumina come è raro vederlo fare in altre circostanze. Allo stesso modo, spesso cita il fratello, la madre.
C’è però una persona che fa parte della famiglia Balotelli in maniera allargata, una persona che rappresenta un legame importante per Mario: Mino Raiola. «Il legame con Mino è nato quando ero molto giovane, potrei quasi dire piccolo, e ha conosciuto la mia famiglia. Voleva che lo seguissi ma la mia famiglia non voleva che io avessi un procuratore. Non voleva che io avessi attorno qualcuno il cui focus era fare soldi attraverso la mia persona. Mino allora disse “io seguirò Mario senza firmare alcun accordo o contratto, solo perché ci tengo a farlo. Poi sarete voi a dirmi se vi troverete bene o meno”. Da lì nacque un rapporto fantastico. Non riuscivo nemmeno a vederlo come un procuratore. Quella legata a lui è stata una delle parti più importanti della mia carriera, ma ancora più concretamente della mia vita. Mino aveva una testa speciale. La sua testa era unica. Se parlavi di business, era il migliore. Se parlavi di psicologia, era il migliore. Se parlavi di investimenti, era il migliore. Era un genio, sempre un passo avanti a tutti gli altri». Un nome che ha lasciato un segno indelebile in Mario, la cui perdita è un fatto che non può essere tralasciato nella sua crescita.
Come detto, il suo isolamento da tutto ciò che è esterno al suo microcosmo è un’arma a doppio taglio perché talvolta gli nasconde l’amore che ragazzi di diverse generazioni provano per lui. Il suo carisma, il suo essere un simbolo lo hanno portato a essere citato, ad esempio, da una marea di rapper che, ancora oggi, continuano a menzionarlo: Drake, Headie One, Jul, PNL, Booba, Duki, Skillibeng, artisti di diverse generazioni e nazioni di provenienza. «Ammetto che le citazioni e i commenti da parte degli altri non mi hanno mai fatto sentire speciale. Non voglio sminuirli, sia chiaro! Mi fa piacere, ci mancherebbe. Ma non è qualcosa che mi emoziona. Sai qual è stato il momento in cui mi sono sentito veramente forte? Quando ho sentito mia mamma piangere allo stadio. In primis perché non veniva mai a vedere le partite, poi perché non le interessava il calcio. Lei voleva che io finissi gli studi e che mi focalizzassi sul diventare un uomo di valori e sani principi. Ma quando l’ho vista piangere per quello che avevo fatto in campo, lì mi sono detto “cazzo, se sono riuscito a farla piangere, vuol dire che sono veramente bravo”. Era dopo la partita con la Germania, agli Europei del 2012. Non me lo dimenticherò mai».