Che ci piaccia o no sudiamo, spesso (ormai quasi sempre) e ovunque. Forse ora però, tra l’accettazione delle temperature sempre più alte e la vita di città, ci siamo anche abituati a lui. Non che il sudore sia diventato protagonista (anche se lo è involontariamente) ma sicuramente è entrato a fare parte della conversazione.
L’inizio (diventato simbolo a livello estetico, di immaginario e valori) di questa accettazione del sudore è stato forse il Sweat Tour di Charli XCX e Troye Sivan, in cui il sudore non era solo il titolo del tour ma faceva parte delle performance, dei look e allo stesso tempo dell’esperienza degli spettatori; si era tutti sudati a guardare persone sudate in un’estate il cui motto era “brat”. Un’immagine che racchiude il simbolo del sudore oggi: forse un piccolo atto rivoluzionario in cui si cerca autenticità e si superano le apparenze “ripulite”.



Il discorso sul sudore si allarga però anche a serie come “The Bear” in cui il sudore onnipresente diventa parte del carattere del film e dei personaggi (tratto cinematografico che si era perso negli ultimi anni ma che regnava in film come Scarface) e “Challengers” in cui il sudore è diventato sinonimo di erotico. In altri casi diventa metro di valutazione di una performance — vedi i fan di Tyler, The Creator che si aspettano che sudi ai suoi concerti.
Intanto però è sempre più accettato: dalla sua percezione più erotica — vedi la maglia “WET” di Mowalola indossata anche da Bianca Censori — a quella più onesta del sudore quotidiano. Forse siamo arrivati al punto (climatico) in cui non potendo più sconfiggerlo ci siamo uniti a lui.