L’immortale estetica di Hulk Hogan

È morto Terrence Gene Bollea, e con lui anche la sua maschera: Hulk Hogan.

Parlare dell’Hulkster oggi può sembrare tanto facile quanto difficile, soprattutto in un’epoca come la nostra, in cui il continuo turbinio di eventi spinge verso giudizi immediati e posizioni sempre più polarizzate. Non si fraintenda, tutti i giudizi su Terrence Bollea sono fondati su fatti incontrovertibili. Era un uomo dagli atteggiamenti discriminatori, raccapriccianti e profondamente razzista. Altrettanto indiscutibile è l’impatto che ha avuto Hulk Hogan, non solo nel mondo del Wrestling ma sull’intera cultura popolare, entrando nell’immaginario collettivo di un paio di generazioni.

Se la WWF (oggi WWE) è la più grande compagnia al mondo di Wrestling, molto lo si deve al personaggio di Hulk Hogan, coadiuvato dalle intuizioni su come utilizzarlo di Vince McMahon. Diventa il volto della federazione durante gli anni ‘80 e lo resterà per circa un decennio. Per fare un parallelismo di quanto il successo e la diffusione popolare della compagnia e di tutta la disciplina siano legate al singolo atleta, possiamo dire che Hulk Hogan è stato – non per il talento ma per tutto ciò che ci ruota attorno – il Michael Jordan del Wrestling. Come c’è riuscito? Ha saputo impersonare, in ogni sua sfaccettatura, il concetto di anni ‘80.

Siamo nel decennio reaganiano, in cui tutto è all’insegna dell’eccesso: fisico con il bodybuilding testosteronico, visivo con i neon e gli spandex, emotivo con sentimenti che venivano urlati a squarciagola. È il periodo di He-Man, di Stallone (con cui Hogan collaborerà in Rocky III e che lo introdurrà personalmente nella WWE Hall of Fame) e Schwarzenegger che si contendono il botteghino, della nascita di MTV.
Hogan segna presente in ognuna delle categorie: i capelli biondi, i baffi a manubrio, la palette sgargiante contraddistinta dal giallo e dal rosso, il feather boa al collo, i muscoli gonfi, la canzone Real American ad annunciare il suo arrivo. Rappresentava il sogno americano larger than life, un eroe semplice, senza alcuna ambiguità, in un contesto narrativo in cui “buono” e “cattivo” erano posizioni chiare. Non a caso gli venivano contrapposti i “Monster Heel”, uomini giganteschi che interpretavano i villain, da cui Hogan ci difendeva con la forza della sua positività. 

Tenendo conto di tutto questo, è perfettamente normale assistere alla scena in cui, durante la conferenza trumpista, riporta in vita il suo personaggio con tanto di strappo della maglietta. Cosa è Donald Trump se non il più evidente figlio degli anni ‘80?

La morte di Hogan chiude definitivamente una parentesi culturale che vedendola con i nostri occhi disillusi, ci pare kitsch, ingenua e pure molto tossica ma, che lo vogliamo o no, ha toccato l’immaginario collettivo di tutto il mondo, tanto che ancora in molti campano con la nostalgia anni ‘80.  Oggi ci stiamo riappropriando del diritto a una complessità maggiore, ad una scala cromatica più sfumata. Ma quantomeno dovremmo avere la lucidità di guardare al passato, riconoscendo il reale peso che ha avuto.