Gli psichedelici creano dipendenza? Il bad trip può farti impazzire? Cosa succede quando hai un’allucinazione? La realtà che vediamo sotto l’effetto degli allucinogeni è davvero diversa?
Sono molte le domande senza risposta che riguardano il misterioso mondo degli psichedelici, ancora fortemente oscurato da miti e pregiudizi che ne alimentano lo stigma. Da Mike Tyson al Principe Harry, passando per Miley Cyrus e Lil Nas X, non sono poche le celebrities che hanno dichiarato pubblicamente di aver consumato psichedelici nella loro vita: non solo a scopo ricreativo ma, il più delle volte, per curare i propri disturbi neuropsichiatrici o alleviare traumi pregressi. Nonostante – o forse grazie a – quest’aura magica, gli psichedelici sono tornati mainstream, tanto che oggi gli esperti parlano di Psychedelic Renaissance, cioè un momento storico attuale in cui scienza, filosofia e cultura si incontrano per riscoprire il potenziale nascosto di queste sostanze – e, stavolta, abbiamo la chance di farlo bene.
Per intuirne gli sviluppi futuri, è in primo luogo necessario sgombrare il cammino da alcuni (dei molti) falsi miti che li riguardano. Per fare un esempio, gli allucinogeni non sono come le altre droghe pesanti – categoria dentro cui vengono ingiustamente inseriti – perché hanno un tasso di addiction molto basso.
Questo, ovviamente, non significa poterli utilizzare senza alcuna accortezza o ritegno: più che in altri casi, infatti, quando si parla di psichedelici è importante considerare sia il set (cioè come si sta dentro) che il setting (cioè come si sta fuori, ovvero il contesto in cui ci troviamo).
Avventurarsi in questo sottobosco vuol dire intraprendere un viaggio attraverso i nuovi studi scientifici, le implicazioni filosofiche e il superamento dello stigma che ha a lungo frenato la ricerca in questo campo, per scoprire che, alla fine, il grande valore di queste sostanze risiede proprio nella loro capacità di aprire una riflessione sul confine tra percezione e realtà, ridefinendo il nostro modo di immaginare il possibile attraverso la loro lente caleidoscopica.

Ma andiamo con ordine. Coniato negli anni ’50, il termine “psichedelico” deriva dal greco psyche, “anima, mente” e deloo, “manifestare”, evidenziando gli effetti soggettivi di queste sostanze, tra cui la loro capacità di alterare la percezione, lo stato di coscienza, l’introspezione, l’empatia, i processi cognitivi e l’umore.
Facendo una breve (ma necessari) carrellata, esistono varie tipologie di psichedelici derivanti da funghi o piante. Tra i più conosciuti, ricordiamo LSD, psilocibina, ayahuasca, MDMA e ketamina. I primi due in particolare, cioè LSD e psilocibina, vengono definiti psichedelici serotoninergici, in quanto alterano il sistema della serotonina – conosciuta come neuro-ormone della felicità –, sostanza rilasciata dai neuroni, cioè le cellule eccitabili presenti nel nostro cervello. I neuroni sono connessi tra loro formando un intricato network di collegamenti in grado di regolare, tra le altre cose, anche le nostre emozioni e sensazioni. Ed è proprio interagendo con questa fitta rete che gli psichedelici sono in grado di causare tutti i loro effetti, allucinogeni e non.
La riscoperta degli psichedelici comincia con Albert Hofmann, il primo scienziato ad aver isolato l’LSD, cioè la dietilamide dell’acido lisergico – termine effettivamente poco cool per essere una sostanza allucinogena – che si estrae dal fungo della segale. La storia narra che, durante gli esperimenti che stava conducendo Hofmann nel suo laboratorio a Basilea, alcune gocce di LSD gli caddero sulla mano. Poco tempo dopo, intrigato dagli effetti della sostanza, decise di assumerne volontariamente una dose completa, molto superiore rispetto alle dosi attualmente consigliate. Non avvertendo inizialmente alcun effetto, dopo circa un’ora lo scienziato decise di prendere la bici e dirigersi a casa insieme al collega e, proprio durante il viaggio, le sue percezioni cominciarono ad alterarsi: il paesaggio attorno a lui diventò il protagonista di quello che è stato definito il primo trip intenzionale provocato dall’LSD. Era il 19 aprile del 1943, e quel giorno è passato alla storia come “Bicycle Day”.
Prima di Hofmann, gli effetti del consumo di LSD furono ampiamente apprezzati dagli abitanti della solitaria isola di Alicudi, sita nell’arcipelago delle Eolie in Sicilia, dove dal 1903 al 1905 avvenne una vera e propria allucinazione collettiva: i suoi abitanti dicono di aver avvistato spettri, strane creature e donne volanti che si trasformavano in uccelli. Ad oggi, la spiegazione più accreditata è che in quegli anni gli isolani abbiano consumato del pane nero, fatto utilizzando la segale cornuta, cioè un cereale infettato dall’Ergot, ovvero un fungo parassita capace di produrre un alcaloide dal forte potere psichedelico: l’acido lisergico, nonché la sostanza principale dell’LSD sintetizzata da Hofmann quarant’anni dopo.
Se Hofmann è stato il chimico famoso per aver effettuato il primo viaggio documentato sotto LSD, Amanda Feildingè sicuramente una delle scienziate più avanguardiste nel campo degli allucinogeni. Dopo aver accidentalmente sorseggiato uno speciale caffè corretto all’LSD nel 1965, Feilding ha iniziato a dedicare anima e corpo alla scienza – letteralmente – tanto che a 27 anni è diventata famosa per essersi volontariamente trapanata il cranio.
Ad ogni modo, questi studi pioneristici hanno contribuito a definire le prime proprietà neurobiologiche degli psichedelici. Una delle ipotesi più accreditate per spiegare il loro effetto è tuttora quella dell’alterazione del cancello talamico. In poche parole, nel cervello c’è una struttura – il talamo – che agisce da filtro, consentendoci di percepire solo alcuni degli innumerevoli stimoli sensoriali a cui siamo esposti ogni giorno. Possiamo immaginare il funzionamento del talamo come quello di uno “scolapasta” cerebrale in grado di limitare il flusso di informazioni sensoriali (e non di pasta) che arriva alla nostra mente. Questo meccanismo risponde a una necessità evolutiva di autoconservazione essenziale: se non avessimo questo sistema di filtrazione, vivremmo in una condizione di caos permanente e ingestibile.
Le sostanze allucinogene sono capaci di interagire con questi neuroni-filtro, “bucando lo scolapasta” e aumentando il flusso di informazioni sensoriali alle aree cerebrali. In questo modo, chi è sotto effetto di psichedelici può percepire la realtà alla sua massima potenza, senza filtri, facendo esperienza di fenomeni che vanno dalle allucinazioni sensoriali alle alterazioni cognitive.
Nonostante questo primo momento di fioritura, la ricerca e l’utilizzo degli psichedelici hanno subito una forte battuta di arresto negli anni ’70, che ha praticamente cancellato ogni avanzamento in questo campo. Molte delle credenze che abbiamo sugli psichedelici continuano a essere tramandate attraverso racconti esotici che mescolano misticismo e ignoranza, contribuendo ad alimentare il tenebroso alone di mistero che avvolge gli allucinogeni, tanto da essere ingiustamente inseriti nel calderone delle droghe pesanti (hard drugs), anche se le cose non stanno proprio così. Ma da dove nasce tutto questo?
Gli psichedelici sono da sempre stati utilizzati in contesti mistici e spirituali, con una particolare diffusione in Sud America e non solo. Negli anni ’60 e ’70, una strategia proibizionista di natura pluridecennale inizia a minare l’utilizzo e lo studio delle sostanze allucinogene. In quegli anni, infatti, il fallimento della guerra in Vietnam e, più in generale, del sogno americano causarono l’insorgenza di una controcultura hippie che si opponeva alla guerra e alla logica capitalista, portando avanti nuovi ideali, tra cui l’amore, l’ambientalismo e la spiritualità. A supporto delle loro rivendicazioni, gli aderenti alla controcultura hippie facevano spesso utilizzo di stupefacenti e sostanze psichedeliche con l’intento di liberarsi dalle gabbie sociali ed espandere il proprio stato di coscienza. Per indebolire la potenza di questa rivoluzione dei fiori che stava dilagando in maniera pandemica nel mondo occidentale, il governo americano decise di attaccarne il cuore pulsante mettendo al bando gli psichedelici. E così è stato fatto: non solo a livello ricreativo, ma anche cancellando ogni progetto di ricerca in questo campo, pena l’incarcerazione. Tutto ciò ha condannato gli psichedelici a una damnatio memoriae in chiave scientifica, durata fino agli anni ’90.
Dal 1970, infatti, l’Agenzia Federale Antidroga (DEA) statunitense inserisce gli psichedelici (tra cui LSD e psilocibina) all’interno della “Schedule 1”, cioè la classe associata a tutti quei farmaci e, più in generale, a tutte le sostanze chimiche con il più alto rischio di dipendenza e nessun potenziale terapeutico, nonostante gli allucinogeni abbiano un tasso di addiction molto più basso di cannabinoidi, alcol e nicotina. Per capirci, fa parte di questa Schedule 1 anche l’eroina. In Europa le cose non stanno diversamente: gli psichedelici sono illegali nella maggior parte dei paesi europei, compresa l’Italia.
Nonostante il bando, però, le sostanze psichedeliche hanno continuato a sopravvivere e rifiorire all’interno di varie sottoculture, definendo una connessione inscindibile tra il potere creativo di queste sostanze e l’universo pop. Basta pensare alla cultura rave degli anni ’90, dove MDMA, LSD e ketamina si mescolavano alla musica elettronica nel tentativo di immaginare e ridefinire nuovi modi – e nuovi mondi – per stare insieme che andassero contro la logica consumista e capitalista.
Seguendo quest’onda, le cose stanno lentamente cambiando. Come dicevamo all’inizio, oggi gli psichedelici sono tornati al centro di un rinnovato dibattito scientifico e sociale, tanto da segnare l’inizio di uno “Psychedelic Renaissance”, cioè un rinascimento psichedelico: grazie alla cooperazione di scienziati, medici, comitati etici e pazienti, il potenziale terapeutico e benefico degli psichedelici sta lentamente riemergendo.
La scienza ci sta dimostrando che alcune sostanze psichedeliche, comunemente note per essere droghe da sballo, possono essere attivamente impiegate per la cura di molti disturbi psichiatrici: tutto dipende dalla dose, dal setting e dal personale che ci assiste.



In paesi come USA e Australia, MDMA, LSD e psilocibina sono già utilizzate all’interno dei trial clinici per il trattamento di disturbi psichiatrici come depressione, ansia, PTSD e dipendenze. Recenti evidenze mostrano anche come queste abbiano effetti importanti sulla funzione sessuale – oltre che su funzioni cognitive più elevate, come l’empatia. Certo, niente che non poteva essere compreso già sciogliendosi un paio di francobolli sotto la lingua, ma il fatto rivoluzionario è che solo adesso sta arrivando la conferma da parte della scienza.
Tra le applicazioni terapeutiche, quella attualmente più impattante riguarda la depressione, uno dei disturbi psichiatrici più diffusi a livello mondiale. Il 30% dei pazienti depressi è, però, treatment-resistant, cioè non risponde ai farmaci, come documentato dal Global Burden of Disease (GBD). Per fare una panoramica generale, i farmaci antidepressivi attualmente più utilizzati sono gli SSRI, a cui appartiene anche la fluoxetina – di cui abbiamo sentito parlare molto negli ultimi tempi. Semplificando la questione (anche se le cose, purtroppo, sono più complesse di così), se la depressione è associata a una riduzione di serotonina, questi farmaci sono in grado di alzarne i livelli, migliorando le condizioni psicofisiche dei pazienti.
Molto spesso, però, questi farmaci non sono efficaci: ed è proprio qui che interviene l’esketamina, uno psichedelico anestetico nonché principio psicoattivo dello Spravato, un medicinale approvato da EMA e FDA (agenzie regolatorie che si occupano della protezione della salute pubblica) che viene somministrato attraverso uno spray nasale: non per il raffreddore, ma per curare la depressione in pazienti trattamento-resistenti. Se te lo chiedevi, la risposta è sì: viene legalmente utilizzato anche in Italia.
Il grande successo degli psichedelici nella cura di malattie psichiatriche (come ansia e depressione) risiede nel fatto che agiscono in modo diverso rispetto alle strategie farmaceutiche canonicamente utilizzate: invece che concentrarsi sui livelli di serotonina, gli psichedelici rimodellano le connessioni tra i neuroni presenti a livello cerebrale – una cosa che in neuroscienze si chiama rewiring –, cambiando radicalmente la visione che abbiamo di molti disturbi neuropsichiatrici. Sulla stessa scia si stanno muovendo altri psichedelici, come psilocibina e MDMA, entrambi attualmente nella fase 3 degli studi clinici – cioè l’ultimo step di studio sui pazienti umani – per essere introdotti nella terapia del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e della depressione trattamento-resistente.
Questa rivoluzione scientifica comporta anche molte implicazioni a livello etico e filosofico. L’alterazione sensoriale causata dall’assunzione degli psichedelici, infatti, non si limita a essere un grande viaggio introspettivo, ma ci offre una finestra temporale in cui poter agire per modificare la nostra stessa percezione interna della realtà, dandoci chiavi di lettura che prima non prendevamo in considerazione. Se abbinate con un corretto setting e un buon percorso psicoterapeutico, queste esperienze non solo possono incidere positivamente sul nostro benessere e sulla comprensione del mondo che ci circonda, ma possono anche aiutarci a capire meglio noi stessi.
Il pensiero va (quasi) automaticamente a Kant e ai concetti di fenomeno e noumeno. Secondo il filosofo tedesco non potremo mai conoscere la vera realtà, da lui definita “noumeno”, cioè la realtà oggettiva in quanto tale, ma solo la realtà in relazione a noi come essere umani, cioè quella percepita, ovvero il “fenomeno”.
Da un punto di vista neuroscientifico, in quanto esseri senzienti e coscienti, poniamo un filtro alla comprensione del reale: quello che viviamo, infatti, deve necessariamente passare attraverso i nostri 5 sensi e alla nostra elaborazione mentale. Dato questo presupposto irriducibile, non potremo mai avere accesso al mondo in quanto tale, cioè esistente indipendentemente da noi. Volendo forzare al massimo questa riflessione, potremmo addirittura concludere che non possiamo essere sicuri neanche della concreta esistenza di una realtà fuori dalla nostra testa, anche se, per convenienza, continuiamo ad assumere che sia così.
Ma cosa c’entrano gli psichedelici in tutto questo? Come abbiamo detto in precedenza, gli psichedelici distruggono il filtro presente tra noi e il mondo, normalmente necessario per gestire il caos del reale. Ciò spiega le allucinazioni visive, sonore e olfattive, e anche l’alterazione delle nostre funzioni cognitive. Quello che resta da chiedersi, però, è se l’aumento sensoriale che percepiamo sotto l’effetto degli allucinogeni sia un potenziamento – cioè, gli psichedelici aumentano effettivamente la percezione che abbiamo della vera realtà – o un disvelamento. In questo secondo caso, le sostanze allucinogene non sarebbero in grado di aumentare la percezione della realtà, ma semplicemente di disvelarla, cioè di mostrarla per come realmente è, senza la mediazione dei nostri sensi e delle nostre categorie mentali.
Probabilmente, non potremo mai risolvere questo groviglio esistenziale ed epistemologico. Quello che possiamo dire è che gli psichedelici possono sicuramente aiutarci a capire meglio il mondo e i meccanismi attraverso cui lo viviamo, più che fornirci un portale di accesso alla vera realtà – e magari va bene anche così.