«Quello che sta accadendo oggi in Italia ricorda da vicino i periodi più bui della politica culturale del governo Diritto e Giustizia in Polonia», ha detto Tomasz Kirenczuk, direttore artistico del Santarcangelo Festival, una delle più celebri manifestazioni italiane dedicate alle arti performative.
Quest’anno, la kermesse romagnola ha rischiato di ottenere molti meno finanziamenti statali rispetto alle passate edizioni, e lo stesso è accaduto al Teatro delle Moire di Milano per il Danae Festival, tra le tante realtà coinvolte. Questa forma di «censura economica», scrive Rivista Studio, «è presente anche in […] in Polonia, Ungheria, Slovacchia, e in modo ancora più violento in Brasile».
A tutto questo si aggiunge la recente decisione della Commissione Cultura del Senato di ridurre di quasi 2 milioni di euro i finanziamenti destinati alle principali istituzioni culturali del Paese, tra cui la Biennale di Venezia e la Triennale di Milano. Parallelamente, come riporta Rivista Studio, sarebbero stati stanziati ingenti fondi per il Festival delle Città Identitarie, manifestazione che sarebbe vicina a posizioni politiche conservatrici e nazionaliste, suscitando ulteriori polemiche da parte di chi da tempo denuncia un rapporto conflittuale del governo italiano con il settore culturale etichettato come “di sinistra”.
Non è infatti la prima volta che i partiti di maggioranza vengono criticati per operazioni del genere. Negli ultimi mesi è successo a più riprese nell’ambito cinematografico. Il Ministero della Cultura, infatti, ha modificato le modalità di finanziamento per la produzione di film e serie TV in Italia. La riforma arriva dopo che erano stati bloccati i rispettivi fondi pubblici, cosa che aveva di fatto paralizzato gran parte della produzione cinematografica nazionale, creando notevoli difficoltà per numerosi lavoratori del settore.
Una delle novità più discusse è che d’ora in avanti le piccole produzioni dovranno superare un processo di selezione affidato a una commissione nominata direttamente dal governo, alla quale sembra attribuito un ampio potere discrezionale nel valutare i progetti.
In sostanza, lo Stato avrà un ruolo determinante nel decidere quali prodotti – tra quelli a basso budget – riceveranno finanziamenti e quali invece verranno esclusi. Molti temono che questa scelta rifletta la volontà della maggioranza di governo di esercitare un controllo più serrato sulle produzioni culturali italiane. Prima del blocco dei fondi, il cinema rappresentava un settore essenziale per l’economia del Paese, anche grazie all’attrattività per le produzioni straniere: oggi, invece, questa industria appare parecchio indebolita.
Un altro ambito culturale su cui il governo Meloni ha adottato misure molto restrittive negli ultimi anni è quello dei rave party – o “free party”, come vengono comunemente chiamati da chi fa parte della scena. Nello specifico, nel 2022 è stato introdotto un nuovo reato rivolto a chi organizza o promuove raduni musicali non autorizzati, con pene considerate da molti sproporzionate rispetto alla gravità delle situazioni che intendono sanzionare: la norma prevede infatti la reclusione da tre a sei anni e una multa compresa tra mille e diecimila euro.
La legge, che non ha eguali in Europa, ha avuto conseguenze immediate: il numero di eventi è calato in modo significativo, rendendo difficile la sopravvivenza stessa del movimento e mettendo in crisi molte delle crew – ovvero i gruppi che si occupano dell’organizzazione e dell’investimento economico necessario per la riuscita dei party. Il provvedimento è arrivato in un momento delicato per la scena rave italiana, già attraversata da difficoltà legate al ricambio generazionale, e ha contribuito a limitarne ulteriormente la vitalità.
In particolare, non si tengono quasi più “teknival”, i grandi raduni che in passato coinvolgevano decine di sound system e attiravano migliaia di partecipanti anche dall’estero. Oggi molte crew preferiscono non esporsi al rischio di sanzioni e si orientano verso eventi di dimensioni molto più ridotte, generalmente frequentati da poche centinaia di persone. Di conseguenza, la scena rave italiana si è ulteriormente frammentata e ridimensionata, perdendo parte della sua capacità aggregativa.