È il destino di chi finisce nel tritacarne dell’hype e delle mode: essere onnipresente per un bel po’ di tempo e poi, all’improvviso, pufff!, scomparire. O almeno: non essere più considerato abbastanza, non essere valutato per i propri meriti e per la propria rilevanza, essere preso sottogamba. Come a dire: ti abbiamo già dato tanto, troppo, ora che vuoi di più?
Ecco: col French Touch in musica più o meno successa questa cosa. È facile anzi che chi ha meno di trent’anni manco sappia bene di che si stia parlando – moda, cinema, musica? Nulla di strano. Eppure, c’è stato un momento, a cavallo fra il vecchio e il nuovo millennio, in cui questa definizione era diventata semplicemente onnipresente, era un dannato passepartout per la coolness.
Citata tanto, citata ovunque, citata a spropositato, spremuta fino all’inverosimile. Spremuta fino a non produrre più succo, di fatturato e di coolness – e venire di conseguenza abbandonata. Se non addirittura odiata, da chi ha sempre provato a separare coolness e musica (negli anni ’90 più alternativi e consapevoli era importante farlo – molto più di quanto lo sia adesso).
Non è un caso che chi partendo dagli anni ‘90 è riuscito a portare avanti negli anni la propria fama e la propria rilevanza sul mercato in modo pesante anche nei 2000 (Daft Punk in primis ovviamente, immensi loro, ma anche Air, in parte Cassius) si è tenuto ben lontano da questa sigla da un certo momento in poi, reagendo con fastidio al tentativo di esservi accostati, pur avendone costruito le fondamente e avendone sviluppato nervature importantissime a dir poco, nervature fondamentali; e non è nemmeno un caso che chi è invece arrivato dopo, ma è in qualche modo debitore della renaissance house francese di metà anni ’90 anche solo a livello di “coda lunga” credibilità nell’industria (pensiamo ai Justice, al giro Ed Banger, a Kavinsky, a Vitalic…), sempre malvolentieri si è visto accostare a questa sigla, percepita come qualcosa di inautentico, oppure di avvizzito, superato.
Eppure il French Touch di per sé, per i suoi protagonisti, per i suoi dischi, per le coordinate innovative che ha settato, meriterebbe e merita una celebrazione e soprattutto un’analisi profonda, oggi, nel 2025, e siamo sicuri che nelle mani di Giorgio Valletta – storico dj e radio host italiano, un pozzo di scienza musicale nella musica elettronica – e di Myd (alias Quentin Leputre, uno dei nomi di punta della Ed Banger e già nel progetto Club Cheval) il prossimo 24 settembre alla Triennale di Milano ci sarà modo di respirare come non mai certe vibrazioni e ancora meglio di sviscerarle, visto che tra l’altro nel format della serata è prevista anche una tavola rotonda coi protagonisti in console, curata dal giornalista e curatore Tommaso Toma. Un’occasione da non perdere.

Sappiamo a memoria, com’è giusto che sia, che la techno è di Detroit, la house di Chicago, la follia dei rave e della Summer Of Love è stata inglese, il minimalismo stiloso e 7/24 è stato di Berlino, l’iconicità del clubbing è appaltata ormai a ciò che rappresenta Ibiza e, per i più ricchi o avventurosi, Tulum. Ma quando vediamo come la musica elettronica e la cassa in quattro abbiano definitivamente conquistato le classifiche e il mainstream, siano finite nei campionamenti di Kanye West e nelle pubblicità di automobili, abbiano fatto incetta di ogni traguardo numerico possibile ed immaginabile ai quattro angoli del mondo, non colleghiamo i fili, non arriviamo al French Touch. Tuttavia – dovremmo.
Non è un caso che il re di ogni successo commerciale in musica negli ultimi vent’anni, David Guetta, arrivi dal French Touch, esattamente dai primi anni del French Touch. Di cui peraltro era un protagonista secondario, non certo uno dei più considerati e rispettati, era uno da seconda fila ma c’era, come spiega correttamente Laurent Garnier nel suo bellissimo libro “Electrochoc”.
Il French Touch delle origini, infatti, si sviluppa quando la musica da dancefloor era ancora fieramente alternativa e controculturale: se non era dentro rave illegali, era comunque dentro club che erano convintamente esterni al sistema delle grandi agenzie, delle radio, dei media, al circo dei grandi concerti e dei grandi nomi pop, rock ed indie. Un po’ come il rap in Europa, che negli anni ’90 era ancora controcultura e bandiera identitaria, la house era fieramente elitaria, di nicchia. Il French Touch è stata la chiave attraverso cui la club culture più autentica ed intransigente – sentitevi “Alive 1997” dei Daft Punk, per capire quanto fossero techno ed intransigenti negli anni ’90 – ha potuto iniziare a conversare col mainstream senza perdere identità, senza perdere dignità, senza perdere fierezza. Una chiave che ha iniziato – prima di altri, meglio di altri – a capire l’importanza dei video (Michel Gondry per “Around The World” dei Daft Punk, ma non certo solo), a combinare il sapore robotico tech-house con la sensualità disco-funk, a giocare coi filtri sul mixaggio portando un trick da deejaying in sala d’incisione e nei dischi, a riutilizzare il concetto di glamour immergendolo però in una snobistica e corrosiva ironia (…e questa è la chiave per capire Bob Sinclar oggi, uno che nel French Touch c’era quasi dal giorno uno: ha portato talmente all’estremo l’ironia da ucciderla, da non renderla più esistente, dandosi consapevolmente in pasto agli istinti ed agli appetiti del mainstream, lui che era un produttore underground e livello house e hip hop fenomenale, sentitevi i progetti a nome The Mighty Bop).
L’incantesimo si è spento – o, a seconda dei punti di vista, si è realizzato definitivamente – quando il French Touch è entrato in tutto e per tutto nei cuori e nei canali del mainstream, cosa che era inevitabile avvenisse, visto che era una versione molto piaciona e comunicativa della musica house. Lì, si è persa l’ironia, è arrivata la popolarità. C’è chi era pronto, chi no. C’era chi lo voleva, chi meno.
I Daft Punk, che lo volevano eccome, con “Discovery” hanno fatto scoprire a tutta una generazione amante militante di alternative rock ed indie stiloso quanto bella e coinvolgente fosse la musica elettronica (considerata fino a un attimo prima una roba da nerd, o da burini, comunque da sfigati). I Cassius si sono progressivamente adeguati al mercato (passando in pochi anni da “1999”, capolavoro di house sperimentale taglia-e-cuci, all’inno indie “Toop Toop”), altri nomi sono via via caduti nell’irrilevanza, pensiamo ad esempio ad Étienne De Crécy, Alex Gopher, Llorca, e questo al di là dei loro demeriti.
Sia come sia, come una cellula propulsiva che non serve più una volta che la navicella è entrata in orbita, il termine e il concetto di French Touch è stato buttato, è stato gettato via ed è finito perso nello spazio, un cosmic debris senza più peso e rilevanza. Ma ad uno sguardo più attento e consapevole, non avremmo l’EDM, non avremmo l’elettronica-da-festival così come l’abbiamo oggi, non avremmo ovviamente i Daft Punk ma forse nemmeno la comunicatività di Fred Again e chissà che altro, se non ci fosse stata la folle, spregiudicata e visionaria stagione underground del French Touch.
Una stagione che nel nuovo millennio ha fatto da fondamento per un sacco di musica, appunto, di successo e impatto enorme, planetario, generazionale. Quando il compianto Philippe Zdar – poi fondatore dei Cassius – ed Étienne De Crécy mettevano in giro le loro produzioni afro-funk-house a nome Motorbass (recuperatevi “Pansoul”, anno 1996, o la serie di raccolte a nome “Super Discount” gestita da De Crécy), non volevano lasciare un segno sul mainstream e sulle generazioni, no: volevano dimostrare semplicemente che in Francia si poteva fare house bene come gli americani, sì, ma in modo diverso – e più francese – rispetto agli americani.
È che lo hanno fatto con talmente tanto talento e inizialmente con talmente tanta cazzimma che hanno costruito senza volerlo e senza saperlo qualcosa di più grande di loro, che proprio per questo si è ritorto ad un certo punto contro parecchi di loro e contro la cosa in sé. Un qualcosa che però oggi, anno 2025, va (ri)analizzato, va (ri)contestualizzato. E va maledettamente ballato tanto: perché in pista funziona ancora divinamente.