Come nascono i generi musicali

È sempre più comune sentire gli artisti parlare con insofferenza dei generi musicali. Per molti, queste etichette funzionano come categorie limitanti, gabbie da cui è difficile liberarsi. Una esigenza, quella di abbattere i generi musicali, che emerge in modo diverso anche dal pubblico.

Il proliferare delle playlist su Spotify che si basano sul mood, più che sul tipo di musica che propongono, potrebbe essere letto come un segnale della diffusione di questa tendenza. Qualcosa, in effetti, è cambiata.

I generi musicali non producono più quell’identificazione che prima erano in grado di generare nel pubblico. Se negli anni Novanta chi ascoltava metal era un metallaro, chi ascolta progressive rock era un alternativo, chi ascoltava il rap era un b-boy, nell’era dei social media il tipo di musica che consumiamo non descrive più chi siamo. I generi musicali, svuotati di questo potere aggregativo, sarebbero diventati ormai delle mere etichette, utili solo ai discografici a dividere il mercato in segmenti. Eppure, l’esigenza di dare un nome al tipo di musica che ascoltiamo è più antica della musica commerciale.

Fin dalla codificazione delle sette note, è esistita l’ambizione di voler tradurre in qualcosa di razionale, e quindi categorizzabile, un linguaggio simbolico e creativo come quello musicale. Ripercorrere la storia dei nomi che diamo ai generi musicali significa allora interrogarsi non solo su un sistema di classificazione, ma su come – nel tempo – abbiamo cercato collettivamente di dare senso e forma all’esperienza dell’ascolto.

Innanzitutto, è piuttosto comune che un genere musicale prenda il nome da un’opera specifica di un artista. Il meccanismo è semplice: un disco rompe gli schemi, definisce un nuovo orizzonte sonoro, e finisce per dare il nome a ciò che rappresenta. L’album diventa così l’etichetta di un’intera corrente.

È il caso del free jazz, che deve il suo nome all’omonimo disco pubblicato da Ornette Coleman nel 1960; mentre il reggae si è affermato nelle sale da ballo giamaicane dopo l’uscita di Do the Reggay dei Maytals, nel 1968. L’acid house, invece, nasce dal singolo Acid Tracks dei Phuture (1987), e ha finito per indicare qualsiasi brano caratterizzato dal suono ossessivo e distorto del sintetizzatore Roland TB-303. Infine, l’ambient deve la sua definizione all’album Ambient 1: Music for Airports di Brian Eno (1978). In realtà, l’idea risale a qualche anno prima: Eno concepì questo stile durante una degenza ospedaliera, dopo essere stato investito da un’auto. Un’amica gli mise della musica per arpa del XVIII secolo a basso volume, poi uscì. Immobilizzato a letto, Eno si trovò ad ascoltare quel suono confondersi con il rumore della pioggia: un’esperienza che lo portò a riflettere sul ruolo dell’ambiente nell’ascolto musicale.

A volte, sono i testi delle canzoni a dare origine a nuovi generi musicali. È il caso del doo-wop, che nasce dalle prime registrazioni R&B di alcuni gruppi vocali armonici: tra gli esempi più evidenti c’è When You Dance dei Turbans del 1955 (“Doo-wop, de-doo-doo” recita il ritornello). Sul finire degli anni Sessanta, il DJ newyorkese Gus Gossert cominciò a usare diffusamente il termine “doo-wop” in radio, sancendone la definitiva affermazione come genere musicale. Il termine hip-hop avrebbe invece un’origine più estemporanea: secondo il DJ del Bronx Lovebug Starski, fu lui stesso a inventarlo durante le feste improvvisando la rima “hip-hop, hippy to the hippy hop-bop”.

In un’intervista del 2006 a Peter Scholtes racconta:

«Io e Kid Cowboy dei Grandmaster Flash and the Furious Five lo dicevamo insieme. Io dicevo ‘hip’, lui rispondeva ‘hop’».
Lovebug Starski, Dj del Bronx

Il termine jungle, invece, ha origine da una registrazione di un soundsystem giamaicano in cui si sentiva il coro “All the junglists”. MC Navigator della radio pirata londinese Kool FM ha spiegato al critico Simon Reynolds, nel libro Energy Flash, che a Kingston c’è un’area chiamata Tivoli Gardens, soprannominata la “Jungle” dai residenti. Quando Rebel MC campionò quel coro su un breakbeat, il suo sound trovò subito un nome.

Altre volte, è un’etichetta discografica a dare il nome a un intero genere musicale. È il caso dell’industrial, che prende il nome dalla label Industrial Records, fondata nel 1976 dai Throbbing Gristle. La loro miscela di musica elettronica e attitudine punk segnò l’inizio di una nuova estetica sonora, presto raccolta e rielaborata da altri artisti. A volte, invece, sono le compilation a cristallizzare una tendenza in un genere vero e proprio. È così che nascono denominazioni come outlaw country e techno, tutte rese popolari da compilation seminali: Wanted! The Outlaws (1976), con Willie Nelson, Waylon Jennings, Jessi Colter e Tompall Glaser, e Techno! The New Dance Sound of Detroit (1988), che presentava pionieri del genere come Juan Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson.

Accade anche che sia un artista a coniare o legittimare un nome. È il caso dell’afrobeat, termine inventato nel 1968 da Fela Kuti per descrivere la musica che stava creando in quegli anni: un intreccio originale di funk, jazz, highlife nigeriana, testi anti-autoritari e uso massiccio dei marijuana.

Altre volte, però, un termine coniato da un artista prende strade inattese. È quanto successo con il power-pop: Pete Townshend lo usò nel 1967 per definire il suono energico e melodico degli Who, ma negli anni Settanta finì per identificare tutt’altro universo sonoro, quello di band come i Raspberries, caratterizzate da chitarre scintillanti e ritornelli orecchiabili.

In alcuni casi è la tecnologia a guidare i cambiamenti in ambito musicale, quindi anche gli strumenti e le attrezzature giocano un ruolo decisivo. È accaduto con la dub, abbreviazione di dubplate, termine nato quasi per caso alla fine del 1967, quando un ingegnere del suono, per errore, cancellò la parte vocale del brano On the Beach dei Paragons. La reazione del pubblico fu così entusiasta da spingere il produttore discografico Duke Reid a stampare regolarmente versioni strumentali sul lato B dei dischi. Fu l’inizio di una rivoluzione: da quel momento, artisti come King Tubby e Lee Perry trasformarono il dub in un universo sonoro autonomo.

Naturalmente, i giornalisti sono probabilmente coloro che più di tutti hanno bisogno dei generi musicali. Come punto di riferimento dell’industria musicale americana, grazie alle sue celebri classifiche, Billboard ha avuto un ruolo cruciale nella diffusione e nella codificazione di molti di questi termini. Il rhythm & blues nasce nel 1947 per mano di Jerry Wexler, allora redattore della rivista, che lo utilizzò per descrivere il nuovo pop afroamericano del dopoguerra. Nel 1949 il termine sostituisce ufficialmente la categoria di Race Records nelle classifiche del magazine.

Un altro caso emblematico è quello di heavy metal, usato per la prima volta in riferimento all’hard rock in una recensione del 1970 firmata da Mike Saunders su Rolling Stone. Parlando dell’album As Safe As Yesterday degli Humble Pie, Saunders lo definisce “l’ennesima schifezza heavy metal di ventisettesima categoria”. Nello stesso anno, il termine punk rock compare per la prima volta sulle pagine di Creem, rivista di Detroit rivale di Rolling Stone, dove il critico Dave Marsh lo impiega per descrivere un concerto dei ? & the Mysterians.

Infine, certe volte lo stereotipo è proprio vero, l’industria discografica ha determinato il nome di alcuni generi musicali per sapere cosa stesse vendendo e a chi. Il termine hillbilly music, che precede quello più moderno di country music, fu coniato nel 1925 da Ralph Peer, il quale registrò un gruppo della Carolina del Nord che battezzò The Hillbillies. Qualche decennio più tardi, Seymour Stein, fondatore della Sire Records, inventò il termine new wave per vendere il punk al pubblico americano, spaventato dalla sua reputazione di musica violenta. Nel 1995 fu invece Kedar Massenburg, dirigente della Motown che mise sotto contratto D’Angelo ed Erykah Badu, a coniare l’espressione neo-soul per promuoverli.

Ancora prima, nel 1987, nacque il termine world music durante una riunione tra addetti ai lavori del settore: avrebbe dovuto essere una semplice etichetta promozionale per facilitare la distribuzione nei negozi di artisti non anglofoni, ma è rimasta in uso, seppur spesso criticata per la sua genericità.

La radio, quando era la pietra angolare dell’industria discografica, ha avuto un ruolo fondamentale nel definire alcuni generi musicali. È il caso, ad esempio, del rock’n’roll. L’espressione era già diffusa nel lessico quotidiano dell’R&B del dopoguerra, come dimostrano brani come Good Rockin’ Tonight di Roy Brown (1947). Ma fu nel 1952 che il termine entrò nell’immaginario collettivo, quando il DJ di Cleveland Alan Freed ribattezzò il suo programma radiofonico The Moondog Rock’n’Roll House Party

Insomma, i generi musicali non sono sempre delle etichette imposte dall’alto per necessità commerciali. Anzi, il più delle volte questi nomi nascono in seno ad esperienze culturali profondamente innovative. Infatti, una tassonomia della musica non è fondamentale soltanto per orientarci come ascoltatori, ma perché produce un canone da mettere di volta in volta in discussione. Ed è così che si è evoluta la musica contemporanea.