Carta stampata nello scenario digitale

George P. Landow, curatore del libro Hyper/Text/Theory pubblicato nel 1994, sostiene che il passaggio dal tattile al digitale sia la questione primaria del mondo contemporaneo. A distanza di trent’anni, e in uno scenario definitivamente multimediale e multiplatform, il tema torna al centro dei media studies e delle riflessioni intorno alle pratiche del publishing.

Questo contributo stabilisce una connessione tra autori che agiscono in ambito editoriale prestando attenzione alla materialità e alla fisicità degli oggetti stampati, ai processi analogici e al recupero di specifiche tecniche di stampa, alla responsabilità ambientale e culturale.

Tre le voci coinvolte: Libri Finti Clandestini, collettivo impegnato nella realizzazione di libri in tiratura limitata, caratterizzati da un alto grado di sperimentazione nel riuso; Jacopo Benassi, artista visivo e autore di Junk B, serie di autoproduzioni in cui recupera gli scarti del proprio lavoro per generare opere editoriali in copia unica; Alia Mascia, practitioner e ricercatrice che, attraverso il progetto XEROXED, esplora la riattivazione di materiali d’archivio e il potenziale editoriale dell’abito.

Libri Finti Clandestini, vorrei partire con voi, soffermandomi su un aspetto centrale nel vostro lavoro: l’utilizzo di scarti per produrre libri. Si tratta di una scelta radicale e dal 2012, anno in cui avete fondato il collettivo, la portate avanti con determinazione.

Libri Finti Clandestini: Utilizzare gli scarti del materiale destinato alla spazzatura è stato – ed è – una scommessa. Quando abbiamo iniziato, dodici o tredici anni fa, scegliere di realizzare dei libri esclusivamente con carte trovate in giro e con materiali prelevati in mercati dell’usato, fabbriche dismesse, magazzini e laboratori di stampa è stata una presa di posizione politica. Esploriamo archivi, cartiere e stamperie in cui recuperiamo enciclopedie e campionari dai quali estrapolare contenuti. Entriamo in fabbriche abbandonate usando macchine fotografiche, cellulari e scanner portatili per ottenere materiale utile per le nostre produzioni: libri in tiratura limitata, sketchbook, libri pop up, fanzine e oggetti stampati in copia unica. Nel corso del tempo abbiamo affinato il nostro modo di lavorare e il progetto si è espanso sul piano della sperimentazione nell’ambito della fotografia, della stampa tipografica, dell’esplorazione dello spazio urbano. Il libro è rimasto, però, sempre al centro, così come la necessità di ridare valore alla carta destinata a non essere più usata.

A questo proposito introduco nella conversazione Jacopo Benassi, per approfondire il suo ciclo di lavori editoriali chiamato Junk B. Junk come spazzatura, appunto. Jacopo, puoi parlarci di queste tue produzioni?

Jacopo Benassi: L’editoria stampata su carta riveste un ruolo centrale nella mia pratica artistica. Giravo molte fiere di editoria per presentare e fare circolare le mie autoproduzioni, soprattutto fanzine fotografiche, ma a un certo punto mi è venuta la nausea: ho iniziato a percepire un certo grado di sovrapproduzione e saturazione, ero circondato da editori indipendenti che avevano l’esigenza continua di pubblicare qualcosa di diverso da tutti gli altri e mi sono bloccato. I primi Junk B nascono nel 2019 dalla volontà, e forse dall’esigenza, di usare gli scarti. Dal cestino della carta – a La Spezia, dove vivo, facciamo la raccolta differenziata – ho iniziato a salvare prove di stampa, immagini strappate, bollette scadute, fatture pagate, ricevute di ogni tipo. Ho raccolto questi materiali per rilegarli, usando la spirale. All’interno di Junk B sono raccolte le tracce della mia quotidianità, anche professionale. Mi piace mostrarmi senza sovrastrutture e che le persone possano guardare dentro di me. Inoltre, lavorando a queste pubblicazioni ho provato una sensazione di liberazione da questioni di carattere estetico. I Junk B sono gli archivi della mia spazzatura: attraverso di loro rilascio un’immagine di me un po’ confusa, il risultato di molti pezzi e di molti scarti. Le imperfezioni, le imprecisioni e gli errori sono centrali per me.

Qual è il vostro rapporto con l’imprecisione e con l’imprevisto?

Libri Finti Clandestini: Imprevisto e imprecisione sono aspetti che caratterizzano una parte del nostro lavoro. L’imprevisto corre parallelo all’improvvisazione, tema al quale siamo legati in modo stretto: il nostro approccio improvvisato va di pari passo con la nostra attenzione al riuso. Noi partiamo da: “Ok, abbiamo questo tipo di carta, come la lavoriamo?”, mentre nel 99% dei casi dell’editoria è “devo fare questa cosa, allora mi serve una determinata carta”. Procedendo in questo modo è inevitabile che ci troviamo spesso di fronte a degli imprevisti. Con il passare del tempo, progetto dopo progetto, riusciamo sempre di più a controllare la situazione. Per quanto riguarda l’imprecisione, invece, ha senso soltanto se tenuta sotto controllo: un piccolo fuori registro nella stampa tipografica può esserne un esempio, una bellezza imperfetta che il digitale ha eliminato.

È arrivato il momento di allargare ulteriormente il nostro confronto, includendo il punto di vista di Alia Mascia, fondatrice di XEROXED, progetto che usa l’abito come medium per far circolare materiali d’archivio. Alia, vorrei chiederti di condividere con noi l’origine del progetto, che affonda le sue radici nell’editoria stampata e che si comporta più come un marchio editoriale che come un brand di moda.

Alia Mascia: Il legame di XEROXED con la carta stampata parte dal nome, un aggettivo che richiama l’estetica della fotocopiatura, dalla texture granulosa e imperfetta, per usare un aggettivo utilizzato da Libri Finti Clandestini poco fa. La scelta del nome deriva dall’impatto che la scoperta di fogli xeroxati e ciclostilati ha avuto su di me. Nel 2017, infatti, entro in contatto per la prima volta con una serie di pubblicazioni, flyer, fogli sciolti e fanzine ciclostilate collezionate – o meglio insaziabilmente accumulate – da mio padre con irregolarità: ripiani e ripiani di materiale cartaceo, che segue i flussi dell’indefinibile e multiforme controcultura italiana.

Il primo approccio con questi oggetti è stato puramente materico: la texture granulosa, sbiadita, irregolare e tattile della stampa mi ha incuriosito al punto da passare ore tra le pile di carta, fino a cercare il modo di emulare quelle caratteristiche e portarle nella progettazione di abiti – in quegli anni studiavo design della moda all’Università Iuav di Venezia, dove ora conduco un dottorato di ricerca practice-based. L’attenzione per i contenuti è arrivata in un secondo momento, quando ho capito di avere tra le mani le pagine di una storia altra, di dissenso e grande fervore politico: dopo aver consultato a lungo il materiale ho realizzato che quei linguaggi visivi, le caratteristiche materiche e le modalità di produzione sono inscindibili dai contenuti, e che l’operazione di resurfacing di determinati materiali era delicata e complessa.

Le pubblicazioni indossabili che realizzi sono concepite e prodotte con processi simili a quelli rintracciabili nella produzione cartacea di fanzine e autoproduzioni editoriali.

Alia Mascia: In XEROXED l’abito diventa publishing medium e il corpo mezzo di disseminazione dei contenuti. Questo modo di concepire e trattare l’abito come supporto editoriale influenza la pratica da diversi punti di vista, dal concept delle edizioni alle modalità di distribuzione. L’interazione tra testo e tessuto attraverso la stampa è uno dei nodi principali del progetto. D’altronde, i miei primi esperimenti con la stampa tentavano di trasferire la tattilità del ciclostile e delle prime fotocopie sul tessuto, aspetto che ha ancora un ruolo importante nel progetto. Attraverso le diverse edizioni, la tattilità degli oggetti editoriali varia a seconda delle tecniche di stampa utilizzate come la serigrafia, la stampa sublimatica e la stampa a vinile. Sono particolarmente affezionata a due tecniche: la stampa serigrafica con puff ink e la pressatura a caldo. Nel primo caso, la stampa avviene utilizzando un inchiostro speciale che è quasi invisibile appena stampato, ma aumenta di volume e si colora se riscaldato ad alte temperature. Questo fa in modo che typeface, simboli e immagini si trasformino in stampe in rilievo, percepibili anche solo al tatto tenendo gli occhi chiusi. La pressatura a caldo, invece, mi permette di conferire ai tessuti le stropicciature tipiche della carta, consentendomi di esplorare la relazione tra i due supporti. La maggior parte delle edizioni di cui sono più soddisfatta, dal punto di vista materico, sono nate casualmente, da un errore o dalla ricerca di una risoluzione ai problemi.

Libri Finti Clandestini, questa attenzione di Alia verso il processo mi fa pensare a certi vostri progetti, uno su tutti Nightjet.

Libri Finti Clandestini: Oggi è possibile stampare un’innumerevole quantità di libri facendosi consegnare le copie da un corriere restando a casa seduti davanti al computer. Noi siamo interessati al processo e alle modalità con cui un oggetto editoriale viene realizzato, non tanto all’impaginazione, al dettaglio di stampa o alle rifiniture. Nightjet è un progetto che abbiamo realizzato nel 2023 in collaborazione con 5X Letterpress, Spazienne, Outis Manufacture, Dr. Petronilla e Tanguy Bombonera. La notte del 25 maggio abbiamo preso il treno Nightjet 235 delle 21.26 a Milano Rogoredo, direzione Vienna, per partecipare alla fiera di editoria Fanzineist Vienna. Abbiamo portato con noi carte, fili, aghi e con il nostro iPhone insieme a una stampante Epson WorkForce 110 abbiamo tentato una missione mai portata a termine prima: realizzare una fanzine su un treno, lungo un viaggio di dodici ore. Ogni cosa è stata fatta a bordo: scansioni, fotografie, impaginazione, stampa, rilegatura, rifili e rifiniture dell’edizione, prodotta in 50 copie. Nelle prime ore del viaggio abbiamo “archiviato” il materiale per poi concentrarci sul layout e stampare con la nostra stampante portatile. Abbiamo confezionato, rilegandoli a mano, piccoli libri formato 4 x 6 cm. Portare a termine Nightjet è stato impegnativo – una corsa contro il tempo – ma grazie alla cura con cui abbiamo predisposto il lavoro, alla determinazione e alla giusta dose di “anarchia” ci siamo riusciti.

La dimensione collaborativa riveste un ruolo centrale.

Libri Finti Clandestini: Nei nostri progetti e nelle nostre produzioni coinvolgiamo persone di cui stimiamo l’approccio e il lavoro. Da alcuni anni con 5X Letterpress e Spazienne – che lavorano rispettivamente nell’ambito della stampa tipografica e della ricerca artistica – portiamo avanti l’esplorazione di spazi abbandonati, verso la produzione di oggetti editoriali sperimentali in forma di fanzine e libri d’artista. Il confronto con altri progettisti riveste un ruolo centrale nell’evoluzione del nostro lavoro.

Alia, anche il network umano e professionale di XEROXED nel corso del tempo si è espanso.

Alia Mascia: Nato in un archivio, o meglio repository familiare, XEROXED oggi collabora con una rete di archivi non-istituzionali, biblioteche e piccole case editrici. Quella con l’Archivio Primo Moroni di Milano, per esempio, è stata una collaborazione importante. Queste relazioni hanno aiutato la piattaforma a espandere la rete rizomatica di materiali utilizzati per la realizzazione delle edizioni. Hanno, inoltre, generato connessioni tra materiali grigi ed ephemera spesso difficili da rintracciare e catalogare, con un’attenzione sempre alta a contenuti legati alla critica sociale, alla controcultura e alla cultura del dissenso.

Jacopo, a proposito di questo vorrei coinvolgerti. So quanto è stato importante per te mettere a fuoco la tua pratica e poetica artistica restando in continuo contatto con la scena indipendente e underground. Penso in particolare a quel momento in cui lasci Milano per tornare a La Spezia, la tua città.

Jacopo Benassi: quindici anni fa, oltre a lasciare Milano, lascio anche l’ambito delle riviste mainstream e della pubblicità, dove lavoravo come fotografo. A La Spezia, dove sono nato e cresciuto, nel 2011 apro un locale, il Btomic, con Roberto Buratta, Lorenzo D’Anteo e Gianluca Petriccione, i miei migliori amici. Avevo la necessità di riappropriarmi delle mie origini e della mia storia. La prima cosa che affitto, una volta inaugurato il locale, è una fotocopiatrice. Il Btomic nel corso di cinque anni ha ospitato concerti di musicisti come Jochen Arbeit, Lydia Lunch e Julia Kent, sostenuto dall’idea di documentare tutto ciò che succedeva al suo interno.

Io nel primo periodo ho prodotto una fanzine per ogni artista che ospitavamo e più tardi abbiamo fondato, con l’art director Federico Pepe, una rivista con periodicità annuale intitolata The eyes can’t see what the mouth cannot say con le mie immagini del locale, dei concerti e del pubblico. Ne sono usciti quattro numeri. Produrre queste pubblicazioni mi ha rieducato, anzi forse mi ha proprio educato. L’indisciplinatezza caratterizza il mio modo di stare al mondo e di guardarlo, e Milano mi stava cambiando radicalmente. La scelta estetica del locale era molto precisa, volevo che fosse bello da qualsiasi angolazione e da qualsiasi prospettiva, senza essere troppo rifinito. Le fanzine del Btomic le seguivo dall’inizio alla fine: le stampavo, le piegavo e rilegavo con il punto metallico una ad una. Poi, le portavo in giro nelle fiere e nei festival di editoria indipendente. A Ravenna, per esempio, c’era Fahrenheit 39. Realizzare queste autoproduzioni mi è servito per concentrarmi sulla mia pratica artistica e ho iniziato a produrre fanzine sul mio lavoro.

Oggi le tue opere sono il risultato dell’incrocio tra media diversi. Il tuo lavoro è installativo e performativo, tiene insieme pittura, scultura, fotografia, suono. Anche nel tuo caso, però, l’editoria è un collante, un pensiero e una pratica centrale per comprendere ciò che fai.

Jacopo Benassi: Non mi sento né un performer né un musicista né un pittore né uno scultore. Conosco la fotografia e la uso al massimo. Nel mio studio a volte prendo una mia scultura e la fotografo. Documentare ciò che faccio attraverso la produzione di immagini è fondamentale per capire se le opere funzionano. Stampo le fotografie su fogli A4, anche in bianco e nero, le attacco al muro e le lascio lì per un po’. A volte questi fogli diventano materiali per una fanzine autoprodotta, sempre più spesso finiscono nel cestino. Ed è così che nasce Junk B.

Come nasce questo progetto?

Jacopo Benassi: Sì, prima non ti ho detto che Junk B nasce anche dal mio amore verso i collezionisti, soprattutto librari. Alcuni di loro vengono a trovarmi in studio e starebbero a rovistare tutto il giorno nella spazzatura della carta, alla ricerca di qualcosa di autentico e in copia unica. L’ultimo Junk B prodotto è un tributo al collezionista Christoph Schifferli (1950-2024). Veniva al Btomic a La Spezia e comprava le mie fanzine. Nella primavera 2023, l’ho incontrato a Zurigo, la sua città, in occasione della mostra collettiva The Chimera Complex alla quale ho preso parte. Abbiamo fatto un giro insieme e ha comprato un Junk B, lo voleva a tutti i costi. Così, lavorando alla mia ultima personale presso Mai 36 Galerie, inaugurata nel gennaio 2025, ho deciso di realizzarne uno come omaggio al nostro legame professionale e alla nostra amicizia. Questo Junk B ha una base di legno e i materiali sono tenuti insieme da due grosse spirali, una non bastava. Lo intendo come una scultura, l’ho fissata al muro ed è sfogliabile.

All’interno cosa hai inserito?

Jacopo Benassi: Materiali di ogni sorta, spesso timbrati con dei timbri che autoproduco. Le immagini sono strappate per levare la possibilità a chiunque acquisti e possieda questo pezzo di avere un’immagine integrale. In questo caso ci sono perfino vecchie fotografie a colori che non stamperò mai più. È un lavoro emotivo.

Ogni esemplare è strettamente connesso a un pezzo della tua vita?

Jacopo Benassi: Sì, Junk B va a periodi, nel prossimo probabilmente ci saranno le molte provinature della mostra personale a Zurigo inaugurata a gennaio. Non ho più voglia di fare fanzine come facevo al Btomic. Me ne frego delle impostazioni grafiche, evito la perfezione e mi sento libero. Invento anche nuovi marchi editoriali, inesistenti: l’ultimo si chiama Daniel Gabriel Fahrenheit e il nome è un omaggio diretto al fisico tedesco che ha inventato l’omonima scala di temperatura.

Ora ho una domanda per Libri Finti Clandestini e per Alia Mascia. Vorrei sapere quali sono i vostri riferimenti – visivi, culturali, editoriali – e che impatto hanno avuto e hanno tuttora sul vostro lavoro.

Libri Finti Clandestini: Siamo sollecitati da molte cose: la fotografia, i romanzi, i viaggi, le carte geografiche, i film, le partite di calcio, i mercati dell’usato. Quando abbiamo cominciato, piccole situazioni editoriali come Strane Dizioni – casa editrice indipendente incontrata al Festival Crack di Roma nel 2012 – sono state un riferimento. Sul piano della progettazione abbiamo guardato sempre con attenzione al lavoro di Katsumi Komagata. Continuiamo a tenere monitorate le produzioni di piccoli editori che sperimentano fuori dal circuito commerciale, come Somebooks a Seoul.

Alia Mascia: Se guardo alla libreria che ho alla mia sinistra individuo due sfere principali: su un ripiano, materiali di archivio di autoproduzioni editoriali non più in circolazione o con una lunga tradizione nell’underground; sull’altro, materiali contemporanei legati al critical design. Nel primo caso si tratta di pubblicazioni come Frizzer, Frigidaire, Torazine, Puzz, Decoder – della casa editrice Shake che è ancora in attività –, insieme a pile e pile di fanzine con nomi ruvidi come Vomito, Nemesis, Cafèflesh. Spostandoci al contemporaneo, le pubblicazioni a cui guardo di più emergono dal contesto olandese, che ho conosciuto da vicino durante il biennio specialistico in Critical Fashion Practices presso ArtEZ. Mi riferisco a pubblicazioni come Press&Fold di Hanka van der Voet, Roots to Fruits di Mirelle van Tulder, Booklook di Anouk Beckers e Portal di Elisa van Joolen. Queste ultime autrici lavorano anche con il progetto di moda, con un approccio interdisciplinare a cui mi sento affine.

Stiamo per concludere il tempo a disposizione ma ho ancora un paio di domande da farvi. Jacopo, Libri Finti Clandestini, che ruolo riveste lo spazio nel quale lavorate?

Jacopo Benassi: Un ruolo fondamentale. Quando ho aperto il Btomic vivevo sotto al locale, in un seminterrato. C’erano gli scaffali con i libri, il mio tavolo, la fotocopiatrice, tutto ciò di cui avevo bisogno. Essere circondati dalle proprie cose è importante. Dopo la chiusura del locale ho trasferito il mio studio da un’altra parte, sempre in centro a La Spezia. Casa e studio ora coincidono, sono lo stesso posto. Vivo circondato dalle macchine che mi servono per lavorare il legno, le troncatrici, l’armadio con i timbri. Non appendo le mie opere alle pareti ma altre cose che trovo in giro, come le immagini dei miei miti Rainer Fassbinder e Ugo Tognazzi. C’è una stampa litografica di Diane Arbus. I miei lavori e i calchi che produco e colleziono con Augustin, il mio compagno, sono impilati in alto, organizzati come in un archivio.

Libri Finti Clandestini: Per noi avere uno spazio di lavoro è importante, sia per poter archiviare che per poter separare l’attività professionale dalla quotidianità e dalla vita privata. All’inizio, con altri amici, avevamo un laboratorio fuori Milano, in uno scantinato. Era meraviglioso, ma decentrato. Così, dal 2019, abbiamo avuto la fortuna di spostarci in città, in un laboratorio in zona Isola, grazie alla collaborazione con la libreria SpazioB**K. Ora, da inizio 2025, ci siamo spostati in via Farini, insieme a SpazioB**K e Volume, un negozio di musica. Qui si trova la nostra sede, la più piccola ma anche la più artigianale, in cui vengono fatte le lavorazioni manuali. A Saronno, invece, prende vita la stamperia laboratorio di 5X Letterpress, amici e soci con cui collaboriamo da anni.

Nella sede di Saronno ci sono due torchi tipografici, un FTC con inchiostrazione automatica e un tirabozze Showcard, una Heidelberg Windmill e alcune piccole macchine da tipografia, che permettono di fare copie con più velocità. Lavorare con questi macchinari analogici è centrale per portare avanti la nostra idea di editoria: realizzare autoproduzioni “lente” e curate nei dettagli. Si tratta di oggetti con pieghe, inserti ed elementi difficilmente rintracciabili in un libro prodotto industrialmente. Prestiamo attenzione alla materialità e alla scelta delle carte, alla fisicità, lavorando tridimensionalmente per esempio con i libri pop up, alla matericità combinando gli inchiostri con le carte recuperate in tipografie dismesse, fregandocene di quello che chiede il mercato.

Alia, chiudo il cerchio con te, tornando al punto di partenza. XEROXED, come le produzioni di Libri Finti Clandestini e Junk B di Jacopo Benassi, avanza una riflessione sul tema dello scarto. Ci parli di questo aspetto?

Alia Mascia: Le edizioni e i volumi editi da XEROXED sono realizzati utilizzando materiali deadstock e capi di seconda mano, stampati con inchiostri a base d’acqua o toner esausti. Spesso i contenuti vengono pubblicati su capi pre-owned, riappropriati, modificati, xeroxati e rimessi in circolazione. Lavorare con materiali di scarto e fondi di magazzino ha i suoi limiti, sia per la quantità di tempo impiegato a rovistare in mercati, magazzini e depositi, che per la scelta dei formati, che è sempre mediata dai materiali che si riescono a recuperare. Cercare i materiali e ottimizzarli per la stampa è un lavoro lungo, portato avanti con Alice Alloggio, partner professionale e amica che supporta la produzione di XEROXED. A parte i limiti, però, mi rendo conto che questo approccio a oggi rappresenta un vero e proprio metodo di progettazione, in cui la selezione dei contenuti, il formato e la tecnica di stampa sono ampiamente caratterizzati da un “serendipitous approach”.