Nel secondo dopoguerra, la giovane generazione di architetti europei inizia a esplorare direzioni alternative per la disciplina, tanto nella forma quanto nella funzione. In Inghilterra e in Italia, in particolare, si delinea un’idea di architettura sempre più distante dai requisiti istituzionali e accademici, ormai percepiti come obsoleti e privi di vitalità.
A partire dagli anni Cinquanta prende forma una cultura del benessere, del piacere e del divertimento, che richiede inevitabilmente nuovi edifici capaci di accogliere queste inedite funzioni. L’architettura si apre così a nuovi immaginari, contaminandosi con i linguaggi della pop art, della “beat generation” e della cultura di massa.
L’arrivo della minigonna, dei centri commerciali e delle discoteche segna una trasformazione radicale nello stile di vita, in cui la vita notturna acquista un’importanza pari a quella diurna. In Italia, bar, discoteche e casinò diventano luoghi privilegiati per la sperimentazione architettonica, soprattutto durante gli anni Sessanta e Settanta, quando giovani gruppi come Studio65, Superstudio, 9999 e Archizoom – destinati a segnare la stagione dell’architettura radicale – si dedicano alla progettazione di spazi per il divertimento e il piacere dell’essere umano. In questo contesto, proprio il divertimento si configura come uno strumento politico, un’arma di lotta contro un sistema sempre più orientato al capitalismo e al consumismo di massa.






È proprio in questo clima di rivoluzione culturale e di ribellione giovanile, culminato con l’occupazione della Triennale di Milano nel 1968, che nasce Studio65. Fondato a Torino nel 1965 da Franco Audrito con Athena Sampaniotou (detta Nanà), Ferruccio Tartaglia, Adriano Vanara, Paolo Perotti, Anna Maria Rachetta, Anna Pozzo, Roberto Gibello, Angelica Sambaniotis, Adriana Garizio, Jannis Skoulas, Giancarlo Paci e Gianni Arnaudo, il collettivo si forma tra le aule universitarie occupate, le strade e le piazze della città, epicentro delle manifestazioni giovanili.
Studio65 si propone di sovvertire i precetti culturali consolidati nel corso del Novecento attraverso la rifondazione del linguaggio stesso dell’architettura, in un dialogo aperto con l’arte, il design e la politica.



A partire dai primi anni Settanta, Studio65 concentra la propria ricerca sulla progettazione di spazi dedicati al piacere collettivo per eccellenza: le discoteche. Due progetti in particolare diventano oggi emblemi della cultura del tempo, espressioni di una visione in cui i confini tra design e architettura, arte e cultura pop si dissolvono in un’esperienza spaziale unitaria. Attraverso un linguaggio ibrido e ironico, il collettivo traduce l’immaginario del consumo capitalistico in un gioco ambiguo, capace di trasformare il divertimento notturno in una forma di sperimentazione radicale.
Studio65 si diverte a progettare scenari per corpi in movimento: esseri umani accalcati sulla pista, sudati, vestiti in maniera eccentrica, in coda al bar per un cocktail, danzanti sotto luci psichedeliche, immersi in atmosfere allucinogene. Il divertimento diventa uno strumento di liberazione dalle sovrastrutture sociali, un rito collettivo che celebra l’eccesso, la trasgressione e il desiderio.
Un esempio iconico di questa poetica è il progetto per la discoteca Barbarella, realizzato nel 1972 a Dubbione di Pinasca, in provincia di Torino. Il locale è concepito come un viaggio allucinato in una dimensione siderale, popolata da “Flash Gordon” nostrani.
Lo spazio si sviluppa in un ambiente ipogeo, accessibile attraverso un tunnel, con una pianta quadrata e un anfiteatro che avvolge la pista da ballo. La cabina del dj e il bar sono due navicelle spaziali, mentre il soffitto dorato e i tavolini ricavati da segmenti di colonne ioniche evocano i resti di un’archeologia terrestre immaginaria. “Entrate, messieurs et madames, nel baraccone musicatissimo… potrete sedere sull’astronave regina… per applaudire ai certami d’amore”. Con queste parole, Studio65 descrive il proprio progetto, trasformando una piccola località piemontese nella Place Pigalle delle valli prealpine, dove l’architettura diventa un dispositivo di evasione psichedelica e di sovversione dei codici tradizionali.
Nel 1974, Studio65 prosegue la propria ricerca intrecciando riferimenti pop e visioni spaziali cariche di ironia, fino a tradurle in un’esperienza architettonica nella discoteca Flash Back di Torino. Il progetto nasce su richiesta di un commerciante di piastrelle con sede in provincia di Cuneo, che desidera uno showroom lungo l’autostrada per la Francia, capace di catturare l’attenzione degli automobilisti domenicali con un “look da Las Vegas”. Studio65 trasforma questa commissione in un’occasione di sperimentazione, immaginando all’interno del complesso anche un locale notturno.
Flash Back si presenta come un manifesto irriverente, che scardina i codici dell’architettura tradizionale attraverso una combinazione dissonante di elementi tratti da universi visivi divergenti e giustapposti su scale differenti. L’apparente omogeneità formale viene continuamente spezzata da accostamenti surreali, in un gioco di citazioni che mette in ridicolo i canoni consolidati della disciplina. In questo progetto, l’irriverenza non si rivolge solo al linguaggio architettonico, ma anche al ruolo stesso dell’architetto, che abbandona ogni investitura morale per assumere le vesti di un giullare laico e dissacrante, capace di restituire all’architettura una dimensione critica e ludica. Flash Back rappresenta uno dei primi esempi italiani di architettura radicale e pop, in cui il divertimento diventa uno strumento di sovversione e di liberazione collettiva.







