Lo scorso anno saliva sul palco di San Siro insieme ai Club Dogo per una versione inedita di King Of The Jungle, nel corso della sua carriera ha collaborato con moltissimi rapper italiani – da Fabri Fibra e Caparezza a Guè e Jake La Furia – e altrettanti cantanti pop come Elisa, Giuliano Sangiorgi, Fedez e Piero Pelù. Eppure, a molti, il nome Alborosie non dice un granché.
Il motivo? È che Alborosie fa reggae come andrebbe fatto, roots nello specifico, un genere che con il mainstream ha poco a che vedere. Soprattutto in un paese dove regna il conformismo e l’omologazione, dove non c’è spazio per tutto ciò che è alternativo. Eppure, nonostante lo scenario attuale, c’è stato un momento – che ha il suo apice negli anni ’90 e i suoi strascichi nei primi anni ‘2000 – in cui il reggae ha significato qualcosa di ben preciso per il nostro paese.
Intrecciato con il movimento delle Posse, con la scena rap e con il vivace mondo dei centri sociali, il reggae deteneva un posto di prim’ordine all’interno del panorama musicale italiano. Quantomeno in quello underground e contro culturale, in un momento storico in cui la musica non ambiva ad essere esclusivamente mainstream come accade al giorno d’oggi.
Ma facciamo un passo indietro. Perché, a onor del vero, prima degli anni ’90 la musica reggae fu proposta al pubblico italiano da molte popstar del nostro paese. Complice il fenomeno Bob Marley – che nel 1980 si esibì in Italia con una doppia data a Milano e Torino – e la fascinazione nei confronti della Giamaica, i primi tentativi degli artisti italiani di approcciarsi al reggae sono stati avveniristici e, sorprendentemente, più o meno azzeccati. Nomi come Rino Gaetano (Nuntereggae più, 1978) Loredana Bertè (E La Luna Bussò, 1979), Vasco Rossi (Voglio Andare Al Mare, 1981) e i Cugini Di Campagna (Gomma, 1982) sono solo alcuni dei tanti esempi di un pop ibridato con il reggae in modo da proporre al pubblico il trend di quegli anni.
Tornando agli anni ’90: sono gli anni in cui in Italia si afferma una vera e propria scena che dalla Giamaica non importa solamente le sonorità, ma prova ad attingere alla cultura cercando di farla propria. Alcune regioni più di altre offrono terreno fertile per la nascita e lo sviluppo di un movimento solido e genuino: tra queste spiccano la Puglia, la zona del Salento in particolare, ma anche il Veneto, soprattutto intorno alla Laguna di Venezia. Gruppi storici come i 99 Posse, i Sud Sound System, i Pitura Freska e gli Almamegretta nascono proprio in questo periodo storico, anticipati da precursori come gli Africa Unite e i Puff Bong.
Tra i vari gruppi che emergono in quel periodo ce n’è uno in particolare da sottolineare: i Reggae National Tickets, formazione bergamasca fondata da un siciliano che si fa chiamare Stena, in omaggio al secondo nome di Bob Marley, Nesta (di cui Stena è l’anagramma). Stena è un ventenne originario di Marsala trasferitosi in provincia di Bergamo con la sua famiglia dove scopre la passione per il reggae. Porta dei lunghi dreadlocks, jeans e maglietta larghi, e ha lo sguardo sicuro di sé.
Insieme ai Reggae National Tickets firma un contratto con BMG, raggiunge un discreto successo commerciale con i singoli Ti Sento e Il Mondo (scritta da Jovanotti) – che traghetteranno il gruppo verso media importanti per la musica italiana dell’epoca come MTV e TMC2 – e vince il festival reggae più importante d’Europa (che all’epoca si teneva ancora in Italia): il Rototom Sunsplash.
Poi arriva il nuovo millennio, Stena mette da parte duemila dollari, molla tutto e si trasferisce in Giamaica accompagnato dall’amico Alessandro Soresini (ex batterista dei RNT) per inseguire la sua passione senza scendere a compromessi. Impara il patois, abbandona l’italiano nelle canzoni e si avvia verso una nuova carriera da solista che guarda al mondo intero con lo pseudonimo di Alborosie.
Sette anni dopo il trasferimento pubblica Soul Pirate, il suo primo album solista, all’interno del quale sono contenute hit come Kingston Town e Herbalist che gli permetteranno di raggiungere il successo internazionale ma, soprattutto, di essere accettato come parte integrante della comunità giamaicana. Questo è solamente l’inizio della scalata senza tregua di Alborosie all’interno del mondo del reggae. Per capirci, in ordine cronologico: firma con Greensleeves Records, storica etichetta reggae e dancehall nata a Londra nella zona di West Ealing, suona in tour mondiali che toccano qualunque città del globo, è il primo bianco (e non jamaicano) a vincere i M.O.B.O. (Music Of Black Origin) Awards come Best Reggae Act nel 2011, e, dulcis in fundo, collabora con i The Wailers e varie altre leggende del reggae internazionale.
Tutti traguardi di profilo, certo. La verità, però, è che parlare di Alborosie riferendosi solamente ai suoi riconoscimenti è riduttivo, considerando gli oltre 30 anni di carriera durante i quali ha calcato una media di circa 200 palchi l’anno, mosso dalla passione prima che da qualunque altra motivazione. Anche perché, con l’esplosione del rap nel corso degli anni ‘2000 e la progressiva estinzione dei centri sociali, il reggae è diventato via via sempre più irrilevante nel nostro paese. Se non fosse stato per artisti come Alborosie – eccellenza italiana nel mondo capace di tenere accesa la fiamma anche nei momenti più bui – staremmo raccontando una storia diversa.
Per questo, e centro altri motivi, il “rudebwoy” di Marsala si merita decisamente di più.