60 Hz II ci ricorda che siamo diventati grandi

Nell’hip hop creare saghe è una prassi, ma riproporre un classico a distanza di anni non è mai un’operazione facile. Non lo è per l’artista, per il peso di dover rimanere nel calco dell’originale pur senza farne un’imitazione, e non lo è per noi ascoltatori, che all’originale siamo affezionati e non vorremmo per nessun motivo che il ricordo ne venisse macchiato: un timore che potremmo ribattezzare “sindrome del Padrino parte III”, e con il quale gli appassionati di rap in Italia si trovano sempre più spesso a fare i conti.

Del rischio insito nella nostalgia, e di come stia diventando un fenomeno sempre più precoce, aveva scritto Gabriel Seroussi su queste pagine, visto che nell’ultimo anno e mezzo abbiamo assistito alla riedizione di XDVR e al ritorno di Neffa, dei Co’ Sang e dei Club Dogo.

Più o meno in questo periodo, nel 2024, come molte persone nate tra il 1990 e il 1998 circa, mi sono ritrovato a San Siro ad assistere al concerto di Gué, Jake e Don Joe. Negli stessi giorni a Milano andava in scena un altro evento, il Teenage Dream, una festa a tema anni 2000 dedicata a chi era cresciuto/a con Disney Channel, con tanto di protagoniste del “Mondo di Patty” e apertura dei Sonohra. Mi ero ritrovato a discutere di questo evento con una mia amica che ci era andata, esprimendole le mie perplessità. Mi aveva risposto ribaltando la questione, e la mia prospettiva: il ritorno dei Dogo a San Siro non era forse il teenage dream dei ragazzi che facevano le medie o le superiori tra il 2006 e il 2012? 

La verità probabilmente non era così netta, perché i Dogo San Siro lo meritavano, visto ciò che hanno rappresentato per questa cultura in Italia. Il punto, però, è un altro. La nostalgia, nella musica, spesso non è un punto di partenza per riflettere, ma solo un’illusione di rivivere le stesse sensazioni del passato, quando magari eravamo più spensierati e certi artisti li stavamo ancora scoprendo.

Ecco, il secondo capitolo di 60 Hz sembra distaccarsi da questa logica. Anzi, più che farci credere che il tempo si sia fermato, in alcuni tornanti pare voglia invitarci a riflettere su come siamo cambiati nel corso degli anni e quali siano, oggi, le turbe che ci affliggono. Sarà per il tipo di sensazione che Shocca ha cercato di ispirare con i suoi beat, sarà per gli ospiti che ha scelto di invitare, quasi tutti inclini all’introspezione, ognuno a suo modo. 

Non che manchino gli episodi in cui Roc Barakys cerca di riportarci al 2004, anzi. I richiami al primo capitolo sono evidenti già dalla tracklist, anche nella scelta di titolare le interlude semplicemente con la numerazione. Ci sono quasi tutti i pezzi trainanti del vecchio 60 HzRendez vous col delirioNotte bluGhettoblasterSempre grezzo.

E ovviamente non poteva mancare la strumentale di quarzo della Intro, sulla quale Shocca ha effettuato un’operazione alla quale probabilmente qualsiasi ascoltatore di hip hop in Italia da vent’anni a questa parte avrà pensato almeno una volta: ma com’è possibile che su un beat tanto prezioso non ci abbia mai rappato nessuno? E così Shocca lo ha regalato ai suoi fedelissimi, a quelli che insieme a lui costituivano buona parte del roster di Unlimited Struggle: Mistaman, Ghemon, Frank Siciliano, Stokka & Madbuddy.

Questa, però, è la parte più prevedibile del disco. Poi c’è quella che cerca di mostrarci il suo volto nuovo, dove la maturità sostituisce la sfrontatezza del primo 60 Hz. Del resto, ce lo dice Johnny Marsiglia, in accoppiata inattesa con Silent Bob: il tempo cambia tutto tranne i classici scolpiti in eterno, come 60 Hz; cambia, però, chi con quella musica è cresciuto, pur rimanendo «con lo struggle di ieri che è lo struggle di sempre».

E così, alla versione autocelebrativa del Gué di Rendez vouz col delirio II risponde il Gué inquieto di Fiamma Viva, un pezzo in cui la linea emotiva la detta l’apertura di Primo: «Quando ti svegli dillo anche a me, visto che il risveglio non è mai un granchè / La mia guerra con te me la tengo perché è l’unica merda che reggo».

È uno stato d’animo evidente nelle parole di Madbuddy, che in Tutta questa strada ci regala uno dei pezzi più riusciti del disco, con quel carico di malinconia e amarezza che sembra quasi un tratto distintivo dei rapper siciliani – lui, come Stokka, JM, Louis Dee o Toni Zeno. Oppure nella nuova versione di Notte Blu, dove Ernia parla della difficoltà di dare un giusto peso ai suoi pensieri e dove Gemitaiz ci ricorda che il tram che nel 2004 prendeva Frank Siciliano quando usciva adesso si è trasformato in un Uber da prenotare per ritornare a casa. 

C’è chi invece, come il Danno, prova a dispensare consigli su come prendere la vita attraverso i suoi riferimenti musicali: «”Devi essere una tigre”, me l’ha detto Primo. “Guagliò, che te ne fotte”, me l’ha detto Pino. Che Dio è ‘na sola me l’ha detto Vasco da bambino e mo fanculo tutti escluso il cane come Rino».

Anche qui compare un piccolo tributo a Primo, il cui ricordo sembra un po’ fare da collante tra le due anime dell’album: la nostalgia di qualcosa che non c’è più, mista a riflessioni personali sul presente – tensione entro cui si muovono anche Tormento e Egreen, incaricati di raccogliere l’eredità di David in Sempre grezzo II

Il 60 Hz originale trasmetteva una potenza, di comunicazione e di represent, che ha avuto pochi eguali nel suo genere. Del resto, era un disco che mirava a catturare tutta l’atmosfera culturale, da nord a sud, di quella fase in cui il rap italiano stava rinascendo e si stava innovando.

Le premesse, come ha detto il suo autore in un’intervista ad Aelle, erano totalmente diverse. Shocca non ha cercato di scattare nuovamente una fotografia del rap italiano, ha preferito affidarsi ai suoi compagni di una vita e a chi, per spirito, avrebbe potuto avvicinarsi a loro, tra quelli che per questioni anagrafiche quando usciva il primo 60 Hz al massimo erano dei bambini. 

Il giudizio sul secondo 60 Hz rimarrà soggettivo, ed è difficile che diventi una pietra miliare come il primo capitolo (ma quanti album possono dire di esserlo?). Shocca e i suoi compari, però, sono diventati grandi, come diceva la canzone di Ghemon, campionata all’inizio del disco per ricordarci quanto è difficile spiegarsi quando scrivere è un’urgenza. Non c’è voglia di far finta di non essere cresciuti e non è detto che la nostalgia debba nasconderlo.